La scelta appare come un favore alle banche e un dispetto ai sindacati, non sorprendenti da parte del governo Meloni. In effetti la faccenda è più complessa. L’oggetto sono le somme, nell’ordine dell’1% dello stipendio, che il datore di lavoro a determinate condizioni aggiunge a quanto versano i dipendenti nella previdenza integrativa.
Attualmente tale contributo, in sindacalese detto datoriale, di regola è previsto solo con fondi pensione chiusi, frutti tossici della concertazione fra sindacati e padronato. Un lavoratore metalmeccanico può riceverlo solo se aderisce a Cometa, un chimico a Fonchim, un insegnante a Espero. Cessa trasmigrando a altra forma previdenziale: fondi aperti o piani individuali pensionistici (pip), venduti da banche, promotori e Poste. Si manterrà invece con la modifica decisa dalla Legge di Bilancio 2026.
Apparentemente l’impresa mette questi soldi di tasca propria, in realtà lo fa a scapito di aumenti retributivi. Ma la cosa più grave è un’altra. Questo...


